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La Costituzione Manueliana

giovedì 12 ottobre 2017

"Lisbona ultima frontiera" di Antoine Volodine. Edizioni Clichy



Due amanti in procinto di separarsi si ritrovano a Lisbona per passare insieme gli ultimi momenti. Lei è una terrorista rossa, lui un agente della polizia tedesca che, per salvarla, le ha organizzato una fuga in Estremo Oriente. I due non potranno più avere contatti per molti anni, forse per sempre. Ingrid però non vuole sparire dal suo mondo senza lasciare nessuna traccia di sé. Progetta quindi di scrivere  un libro in cui racconterà, in un linguaggio criptato e incomprensibile ai suoi nemici, la sua esperienza della lotta armata. Così, all’interno di questa cornice, si inserisce un secondo libro che contiene a sua volta altri scritti, altri narratori e altri personaggi, “una sorta di antologia commentata di testi risalenti a un’epoca immaginaria, il Rinascimento”, segnata dalla guerra e dalla dittatura. L’identità del narratore si frammenta  in una pluralità di individui e di nomi, secondo quella pratica dell’eteronimia tanto cara a Volodine (non a caso il romanzo si apre nella Lisbona di Pessoa), che permette uno sguardo più ampio e profondo sulla storia, la politica e la letteratura. Con la sua scrittura poetica e visionaria, “Lisbona ultima frontiera” è al tempo stesso una storia d’amore e un’amara riflessione sull’uomo e sulla società, che tuttavia, pur delineando il più cupo degli orizzonti, riafferma ancora una volta la forza e la bellezza della libertà umana.

Tutto il romanzo è – in realtà – un unico inarrestabile flusso di coscienza in cui gli interrogativi sono molteplici. Tale flusso è sottolineato dalla totale mancanza – per lunghi tratti – di punti fermi (intesi come segni d’interpunzione). I due protagonisti – Kurt e Ingrid – sono come due aspetti di uno stesso individuo (anche la copertina del libro sembra sottolineare il tema del doppio) non meglio identificato o identificabile, vittima di un Sistema altamente corrotto. Tale individuo è combattuto tra due scelte: restare e sottomettersi alle regole, mettendo a tacere la propria identità sovversiva o fuggire e sovvertire il Sistema dall’esterno. In questo frangente il lettore arriva a chiedersi se la fuga possa realmente rappresentare la via per conquistare la libertà o – al contrario – la perdita dell’identità. Anche in questo caso – però – si prospettano due valide considerazioni: la perdita dell’identità è un bene o un male? E’ la salvezza o – piuttosto - la morte dell’IO? Ognuno – naturalmente – è libero di trarre le proprie conclusioni, ma non prima di aver compreso di cosa si parla quando si parla di IO. IO è davvero solo il nome e il cognome di un individuo?  Ovviamente no, ma il solo fatto di vedersi portare via queste due cose per sostituirle con altre due è equiparabile ad una forma di violenza:
“Non sapeva già più molto bene a quale nome, a quale cognome, avesse risposto fino ad allora”.
“Aveva osservato la foto senza dire una parola, mentre un fulmine lancinante, indecente, gli lacerava i nervi, faceva a pezzi la sua fedeltà al mondo, appiccava il fuoco a tutta la sua vita, dall’infanzia alla vecchiaia”.
“La violenza del distacco da se stessi non ha equivalenti nel novero delle torture”.
“ Talvolta […] penso che tu mi abbia afferrata con i denti, tenuta stretta tra le fauci e trascinata fuori […] dalla mia realtà da incubo di sangue, e che tu mi abbia condotta in una realtà parallela, una realtà da incubo di morte e di pseudonimi, in cui non esisto già più, in cui la mia identità viene frantumata e rifrantumata senza posa dalle tue zanne, e in cui devo prendere delle precauzioni per farti uscire dall’ombra, per invocare impunemente la tua presenza severa, la tua presenza tenera e feroce”.
“Lisbona ultima frontiera” ruota tutto intorno alla ricerca dell’IO, della vera identità personale e lo fa avvalendosi di argute considerazioni filosofiche – innanzitutto – e poi di velati (ma non troppo) riferimenti a grandi opere letterarie. Si possono scorgere collegamenti a Jung e alla sua idea di inconscio collettivo; anche Freud viene coinvolto con le sue idee dei complessi, in particolare quello di Edipo. Persino Platone trova posto nel romanzo di Volodine, con il suo Mito della Caverna. E’ facile – allo stesso modo – cogliere i riferimenti a Ray Bradbury e al suo romanzo di punta “Fahrenheit 451” e a R. L. Stevenson  con l’altrettanto celebre romanzo “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hide”. Luigi Pirandello domina – con la sua teoria delle maschere – tutto il romanzo, mentre particolarmente accentuati sono i riferimenti a George Orwell e al suo “La fattoria degli animali”.
L’ansiosa ricerca di identità, l’indagine metafisica per trovare l’IO, il vero IO, crea sgomento, provoca stordimento e si può rischiare di smarrirsi lungo la strada perché “sottile è la linea di confine che separa l’equilibrio mentale dall’alienazione”.
L’individuo non esiste, è solo un’ombra che si muove nell’ombra. Un concetto – quello dell’ombra, appunto – che si insinua nel lettore come un senso di forte inquietudine.
Come si va alla ricerca dell’IO?
Volodine lo fa con una serie di espedienti letterari di grande effetto: mette in bocca ai suoi personaggi i cosiddetti TEMI, ovvero spunti di riflessione filosofica che hanno il compito e il potere di scandagliare l’animo umano. Alcuni dei temi più significativi sono sicuramente questi:
-         “Fingere attaccamento alla vita è segno di forza o di debolezza?”
-         “L’uomo ebbro di libertà è libero o è soltanto ebbro?”
-         “L’animale insito in noi determina la nostra doppiezza di fronte al destino?”
-         “L’idea di sopravvivere alla propria morte può avere un fondamento non religioso?”
-         “La meticolosa elencazione degli esemplari di una determinata specie favorisce o ostacola l’identificazione di quella specie?”
-         “Se prima o poi dobbiamo morire, perché dormiamo?”
Naturalmente, questa ricerca è ostacolata con forza da un Sistema le cui basi sono marce e corrotte, ma che trova validi alleati in Istituzioni di potere e Società. La Società, con a capo le suddette Istituzioni, è – in tutto e per tutto – paragonabile a una creatura vivente, ad un organismo che ha il compito precipuo di mantenere il controllo sugli individui.
In che modo le Istituzioni esercitano il loro potere?
Sicuramente tramite la distrazione: discussioni inutili, idee preconfezionate ad hoc durante sedute a tavolino (che assomigliano in maniera impressionante al Concilio di Nicea), manipolazioni della realtà ad esclusivo beneficio dei soli membri detentori del potere e non di certo della massa. Infatti, se alla massa non si dà il tempo di pensare o – peggio ancora – le si fornisce il materiale preconfezionato sul quale pensare, è facile tenerla in pugno. Va da sé che chi tentasse di discostarsi da quelle che sono le idee imposte come verità assoluta e incontrovertibile dalle autorità verrebbe immediatamente messo a tacere, fatto a brandelli perché non scardini porte che dovrebbero rimanere chiuse e non smantelli fondamenta che dovrebbero continuare a sorreggere realtà virtuali e fittizie quasi quanto quella del film “Matrix”. E’ semplice obbedire a questo sistema: basta non farsi domande, non sollevare obiezioni, non controbattere. Anche i bambini vengono instradati – fin da subito – su questa forma di obbedienza perché se fossero lasciati liberi di pensare romperebbero le catene della schiavitù con cui è legato il mondo e darebbero vita ad un mondo in cui ognuno è libero. I bambini rappresentano il futuro, il collegamento all’innocenza e alla libertà (ormai perdute) degli adulti e questi ultimi manifestano diverse reazioni di fronte ad essi: paura, odio o – addirittura – indifferenza. Paura perché il futuro è ignoto e l’ignoto terrorizza. Odio perché i bambini hanno sicuramente molto più futuro di fronte a loro a differenza degli adulti, pertanto questi ultimi passano velocemente da questa pesante forma di invidia all’odio. Indifferenza in quanto molti ritengono i bambini nettamente inferiori rispetto a loro e indegni di considerazione.
A chi – in particolar modo – sono rivolte le critiche di Volodine?
Le critiche sono rivolte in special modo ai letterati, agli artisti, ai critici, alle comunità scientifiche, alla polizia e alla socialdemocrazia al potere, insomma a tutti gli ingranaggi della Società e a chi la fa esistere per quella che è:
“Una civiltà mostruosa, pensò Ingrid, una società distorta, oscurata in ogni campo da falsi valori, un’organizzazione i cui pilastri, continuava a rimuginare, sono la truffa istituzionalizzata, il culto del denaro, la disuguaglianza sociale, una disuguaglianza alimentata cinicamente di proposito, precisò, e i cui inconfessati punti di riferimento, si indignò, sono lo sciacallaggio, l’idiozia e la violenza. Spero che di tutto questo non resti altro che un mucchio di cenere!”
“L’odio contro i poteri costituiti, la paranoia antipoliziesca, l’idea che dietro le apparenze ufficiali agiscano delle forze manipolatrici, delle forze insospettabili agli occhi dei comuni mortali, ma determinanti, l’odio per la socialdemocrazia, per la mollezza e l’autocompiacimento della socialdemocrazia, la convinzione che la socialdemocrazia sia in realtà un totalitarismo peggiore degli altri perché privo di incrinature, l’opinione secondo la quale i socialdemocratici farebbero da paravento ai veri poteri, quelli del complesso militare-industriale (per riprendere la vostra terminologia demenziale), la paura provocata dai continui cambiamenti di identità a cui sei sottoposta, la sensazione di sbandamento di fronte all’identità che si sgretola, la paura provocata dall’annientamento, dietro di te, dei tuoi doppi, l’ossessione dei segreti che nessuno deve conoscere, l’ossessione delle costanti bugie che sei costretta a sostituire alla tua autobiografia, la paura della metamorfosi, la soddisfazione che suscitano in te le azioni violente, la paura di fronte agli anni che passano nell’isolamento della prigione o dell’esilio, l’assenza di relazioni pacifiche fra gli individui, l’assenza di sincerità, l’assenza di rimorsi, l’assenza di futuro”.
I giornalisti hanno creato un sistema di non-informazione (“La stampa ha gettato alle ortiche le questioni essenziali”) , il mondo editoriale pubblica romanzi-non romanzi, gli esegeti hanno il compito di stanare i messaggi in codice celati dietro ogni libro e di mettere all’indice o distruggere – in collaborazione con i critici letterari e la polizia – qualsiasi pubblicazione  sia ritenuta non idonea ad essere letta dalla massa.
La cosa più sconvolgente è che,  sebbene la polizia scaturisca dalla mente dei cittadini, ha il potere di ingabbiare quelle stesse menti da cui è stata partorita. In poche parole: siamo noi stessi a creare le nostre prigioni! Questo accade perché, quando siamo in tensione, i nostri sensi si acuiscono o – al contrario – si intorpidiscono a tal punto da metterci in condizione di non capire più se una cosa viene da dentro di noi o da fuori. La paura e l’angoscia che scaturiscono da tale sgomento sono talmente elevate che arrivano ad assumere una forma e una dimensione al di fuori del solo pensiero; si materializzano, si concretizzano in entità corporee in grado di paralizzarci. Tanto è vero che Volodine stesso definisce la polizia “uno steccato”. In questo modo, automutilazioni e autocensure sono all’ordine del giorno. E anche la memoria diventa talmente labile che non si ha più neppure la percezione se certe cose siano accadute davvero oppure no.
Di che tipo è la paura descritta da Volodine?
La paura di cui Volodine ci parla non riguarda le sofferenze fisiche, ma qualcosa di molto più grande e spaventoso, ovvero la paura della paura. A rendere tanto palpabile questa sensazione di per sé astratta e incorporea sono il linguaggio e lo stile narrativo dello stesso Volodine. Questo scrittore è riuscito a creare non solo un romanzo “a scatole cinesi”, ma una struttura surrealistica che catapulta il lettore in un mondo di fantasia talmente plausibile da poter essere reale. Un universo parallelo, una costruzione onirica talmente vicina al mondo in cui viviamo da farci rispecchiare in essa. Si prova un fortissimo senso di stordimento e di vertigine nel leggere “Lisbona ultima frontiera” per la terminologia usata, per le figure retoriche che sostengono le immagini oniriche, per gli scenari sanguinari descritti ( che – nonostante siano spesso cruenti al limite del disgustoso – sembra non tocchino nessuno):
“Lo stridio di un’anima che viene strappata via dal corpo”.
“La casa sanguina, tutto sanguina”.
“Il luogo è deserto, le voci si sciolgono, il pensiero si scioglie nel sudore, nel silenzio della vegetazione rigogliosa […]”.
“Luccicanti gocce di liquirizia e sogni”.
Quali sono i fondamenti di questa eresia, di questa disobbedienza al potere?
Promuovere una nuova estetica, insinuare negli animi l’inquietudine, il dubbio, l’abitudine alla diffidenza nei confronti dei principi fondamentali del Rinascimento, instillare l’abitudine alla rivolta.
“Cospirare per una metamorfosi dello spirito”.
“[…] sì, continueremo, con lo stesso stile frammentario furbo e piratesco, a denunciare questa società frammentaria, furba e fasulla, fondata sulle ipocrisie, sulle bugie, sulle false bugie e sulle vere, infinitamente vere vigliaccherie”.
Un libro estremamente complesso e articolato i cui significati reconditi sono davvero numerosi. Un libro in cui la preda diventa cacciatore e il cacciatore diventa la preda, alternativamente e senza sosta. Il linguaggio è ricercato e lo stile incalzante e scorrevole sebbene la struttura non lo sia altrettanto. Specchio del nostro tempo, “Lisbona ultima frontiera” rappresenta un’attenta e accurata analisi dei difetti e dei bisogni dell’individuo a dispetto della società in cui è inserito.
Sorge una domanda: chi si accorgesse di essere un individuo dotato di una propria personalità e desiderasse emergere dalla massa per trovare sé stesso, quali e quante possibilità avrebbe di non essere schiacciato?

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